“Sulla finanza islamica Chiara Appendino ha ragione” Intervista a Vittorio Nigrelli, torinese, vive da circa due anni a Londra, lavora come Head of Research di ISFIN

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La sindaco di Torino, Chiara Appendino, è stata oggetto di pesanti critiche a seguito della sua affermazione secondo cui per favorire l’integrazione degli immigrati islamici, sarebbe auspicabile l’adozione di “una finanza conforme alla sharia“, legge islamica tra le cui fonti principali sono generalmente considerati 190 versi del Corano, la Sunna, il consenso dei dotti e l’analogia giuridica.

Qui alla redazione di PiemonteMag, la posizione dell’Appendino non pareva essere molto chiara, complice anche l’ignoranza in materia dei componenti della redazione.

Al fine di chiarirci (e chiarirvi) le idee, abbiamo deciso di rivolgerci ad un esperto del settore, un amico, un torinese, che oggi vive dall’altra parte del Canale della Manica. 

Vittorio Nigrelli, torinese, si è trasferito da circa due anni a Londra,  lavora come Head of
Research di ISFIN (Islamic Finance Advisers) e sta completando un master’s degree in Islamic Law alla School of Oriental and African Studies (University of London).

 

Ciao Vittorio come stai?

Ciao, molto bene, vi avviso subito però: Chiara Appendino ha ragione.

 

Ho capito. Lasciamo la suspense al cinema. Andiamo subito al sodo.

I risparmiatori occidentali trarrebbero maggiori vantaggi (economici) dalla finanza islamica rispetto la finanza tradizionale, che utilizzano nel loro quotidiano?

Credo che la domanda sia mal posta. La questione non è tanto se risparmiatori non musulmani possano trarre vantaggi dall’utilizzo di banche islamiche. La questione è se lo sviluppo di un settore dedicato a certi consumatori favorisca il resto della società. E la risposta in questo caso è facile: sì, lo favorisce. Anche perché quando
si organizzano questi eventi o festival “sulla finanza islamica”, non si parla solo di finanza, ma di qualcosa di molto più ampio.

Al Turin Islamic Economic Forum, così come al London Muslim Lifestyle Show (15-16 Aprile, 20.000 visitatori l’anno scorso), la finanza è solo uno degli argomenti di discussione. Ci si occupa di cibo, moda, turismo, cosmetica, prodotti farmaceutici. L’espressione giusta è “economia halal”. Una serie di settori dedicati alla creazione di prodotti per un consumatore musulmano. Ed è su questo che si dovrebbe ragionare: può lo sviluppo di prodotti specifici per una categoria di consumatori favorire il resto della società?

Certo, perché per quanto ad alcune persone non interessi nulla dei consumatori che vogliono prodotti gluten-free, oppure vegan, bio, kosher, halal, ecosostenibili, cruelty-free, o un misto delle precedenti, queste persone possono sempre lavorare a un qualcosa che sia parte della catena produttiva che porta alla creazione di questi prodotti.

Non si parla solo di lavorare a prodotti già esistenti, ma anche di crearne di nuovi: dall’incontro tra Made in Italy ed economia halal possono nascere realtà molto positive, soprattutto per quel riguarda cibo, moda, cosmetica. Non che queste cose non accadano già: molti imprenditori italiani si sono già resi conto delle possibilità offerte dall’economia halal, e hanno già creato prodotti specifici che esportano da anni. Solo che lo fanno in silenzio, senza pubblicizzarlo in Italia, perché c’è paura di danneggiare la propria immagine. Questo perché per alcuni italiani “islamico” più che una parola sembra un drappo rosso. Basta sventolarlo per vederli caricare a testa bassa, incuranti di quale sia l’argomento di discussione. Quando si parla di economia halal, si parla di opportunità. E la questione non è decidere se sia una opportunità buona o meno. L’esperienza di altri paesi europei, ma anche di imprenditori italiani, dimostra che è ottima. Bisogna solo decidere se lasciarsi alle spalle i pregiudizi e afferrarla, oppure perderla.

 

I due tipi di finanza, islamica ed occidentale, possono davvero convivere in Europa?

 Succede già nel Regno Unito e in Lussemburgo. E fuori dall’Europa, in tutti paesi musulmani in cui la finanza islamica è stata introdotta. La finanza islamica non è alternativa alla finanza convenzionale, ma complementare. L’opposizione tra le due è solo nella testa di chi non ha speso un po’ di tempo a capire quali sono i meccanismi della finanza islamica. Non stiamo parlando di cose terribilmente diverse. Senza parlare di dettagli, la Mit Ghamr, la prima banca islamica, fondata nel 1963 in Egitto, era stata ideata prendendo spunto dalle casse di risparmio tedesche del secondo dopoguerra. Altro fatto: Daud Vicary, uno degli uomini che di più hanno contribuito allo sviluppo del sistema finanziario islamico in Malesia (il paese in cui la finanza islamica è più sviluppata), è un altissimo signore inglese sulla sessantina con un fortissimo accento British che per i primi 25 anni di carriera ha lavorato per aziende convenzionali, non islamiche. Quanto diverso potrà essere il sistema che questo signore ha aiutato a mettere in piedi?

Vero è che si può essere fuorviati dal fatto che i promotori della finanza islamica insistano su quanto questa sia diversa, o migliore. Ma si tratta di marketing (“guardate quanto è più bello il mio prodotto rispetto a quello degli altri”), non di differenze fondamentali che impediscono di collaborare.

 

Panorama.it riporta che anche negli stati arabi la finanza islamica è utilizzata molto poco. Ritieni corretta questa informazione?
La ritengo una mezza verità. È vero che nella maggior parte del mondo musulmano (non solo
 arabo), la finanza convenzionale ha una fetta di mercato più grande. È però anche vero che la finanza islamica è in crescita. Dal post pubblicato su panorama.it sembra quasi che il mondo musulmano sia indifferente a questi sviluppi, e semplicemente non è vero. Il rapporto di Reuters sull’economia halal (State of the Global Halal Economy 2016-2017) è molto chiaro: i segni sono tutti dei “più”, per quel che riguarda la finanza così come gli altri settori dell’economia halal.

 

Credi che l’utilizzo della finanza islamica a Torino possa davvero favorire l’integrazione degli immigrati di cultura islamica?

 Sì. E la cosa interessante è che politici con orientamenti anche molto diversi possono aiutare in questo processo. David Cameron, non certo un trinariciuto filoterrorista, nel 2013 disse “Non voglio soltanto che Londra sia una grande capitale della finanza islamica nel mondo occidentale. Voglio che Londra sia, al pari di Dubai e Kuala Lumpur, una delle capitali mondiali della finanza islamica”. I tories hanno dimostrato più volte di essere a favore dello sviluppo dei settori halal. Così come i Lib-Dem, e i Labour. Londra è un esempio di integrazione che funziona, e i musulmani inglesi sono medici, avvocati, pizzaioli, membri del parlamento. Il fatto che siano
musulmani conta sempre meno. Londra non è un paradiso, e ci sono un sacco di problemi (a partire dal sindaco che odia Uber), ma per quel che riguarda l’integrazione è sicuramente messa meglio rispetto a una qualunque città italiana, e andrebbe vista come un esempio. La finanza islamica, e l’economia halal in generale, hanno davvero aiutato ad arrivare al punto in cui Londra è oggi. Questi settori non vanno promossi da una sola parte politica, ma da tutti. È utile parlare di come si possa promuoverli.

Un po’ come le discussioni su come spalmare la Nutella sul pane: bisogna usare un coltello, un cucchiaio, o affondare direttamente il pane nel barattolo? La base per queste scuole di pensiero estremamente diverse è che la Nutella è buona e vogliamo spalmarne il più possibile.

 

In che modo potrebbe applicarsi la finanza islamica in assenza della legge della Sharia?

Succede già. Non solo nel Regno Unito, dove da anni esistono banche islamiche, ma in tutti i paesi musulmani in cui la finanza islamica esiste, essa si applica “in assenza della legge della Sharia”.

Mi spiego. Nella maggior parte dei paesi a maggioranza musulmana c’è un sistema legale occidentale, spesso ispirato al modello francese. All’interno di questi sistemi, solitamente vi sono alcune regole che traggono ispirazione da quel mare mai uniforme e spesso contraddittorio di interpretazioni, ragionamenti, versetti e tradizioni a cui ci si riferisce in maniera imprecisa con il termine “Sharia”. E soprattutto per quel che riguarda diritto commerciale e diritto finanziario, la Sharia ha davvero poco posto nei codici di questi paesi (compresa l’Arabia Saudita, in cui il commercio, a differenza di altre aree, come il diritto di famiglia, ha davvero poche “regole ispirate alla Sharia”).

I problemi riguardanti l’introduzione della finanza islamica in un qualunque paese normalmente si riducono a questioni di doppia tassazione, assicurazione, sistemi di deposito, quali e quanti pezzi di carta vanno firmati per un prestito, e altre questioni tecniche che non hanno nulla a che vedere con la religione.

L’opera della Financial Services Authority nel Regno Unito può servire da esempio per chi deve risolvere questi problemi a livello legislativo. Tenendo a mente il motto “nessun ostacolo, nessun favoritismo”, la FSA ha creato un ambiente in cui la finanza islamica potesse fiorire, senza per questo voler “imporre la sharia”.

Un’ultima cosa: ho passato gli ultimi mesi a curare una pubblicazione dedicata ai cento
 migliori esperti di “sharia finanziaria” (definizione imprecisa, ma è tanto per capirsi). La presenterò il 14 Aprile, all’Islamica 500 Global Gathering, di fronte a 500 amministratori delegati musulmani e non, imprenditori (anche italiani) e studiosi di sharia. Di questi esperti ne ho intervistati alcuni via Skype, ho chiacchierato di fronte a un tè o un cappuccino con altri. Sono tutte persone che hanno passato circa dieci anni della propria vita a studiare cose che noi chiameremmo “sharia”.

Non sono violenti, o promotori di violenza o odio in alcun modo. Per quel che mi riguarda, l’unico appunto che posso fare loro, è che tendono a essere terribilmente logorroici. Questo deve essere molto chiaro: promuovere l’economia halal non vuol dire sdoganare pensieri radicali: permette di combatterli. Alzare le barriere, gridare allo scandalo, rifiutarsi di fare affari, non ha mai migliorato la vita di nessuno o diminuito l’odio.

Permettere al libero mercato di fare il proprio corso, promuovere la cooperazione (senza incentivarla ma rimuovendo le barriere che la impediscono), invitare le persone a conoscersi e collaborare, invece sì. Invece che soccombere al sentimento di paura verso un mondo che non si conosce, ricordiamoci che il libero mercato e gli scambi commerciali sono tra i più potenti motori di pace e comprensione reciproca che l’umanità conosca.

Il commercio tra Italia e paesi a maggioranza musulmana non può fare altro che migliorare le relazioni tra i paesi, e in maniera ancora più determinante le relazioni tra persone. Questa cooperazione passa anche per l’introduzione di alcune banche con servizi islamici, ma non è quello il punto fondamentale: avete un universo di prodotti halal da esplorare. Non gettate un’occasione all’aria solo perché vi è stata proposta da un politico (magari una sindaca) che non sopportate: potreste essere di fronte al proverbiale orologio rotto che segna l’ora giusta due volte al giorno.

 

Quanta carne al fuoco… Ti ringrazio Vittorio, sempre gentilissimo! Non ho potuto non notare i tuoi continui riferimenti al cibo; sei anche un cuoco provetto ed uno “sperimentatore” di cibi e pietanze esotiche vero?

Sono di buona forchetta. Inoltre qui a Londra ho una vasta gamma di prodotti tra cui scegliere, sono sempre alla ricerca di una nuova ricetta!

Grazie, a presto! 

 

A commento dell’intervista, non si può che essere sorpresi dalla vicinanza tra due mondi troppo spesso in conflitto e contrapposti.

Anche se, una domanda sorge spontanea: oggi l’avvicinamento alla finanza islamica è una della priorità del capoluogo piemontese?

Solo pochi giorni fa, le opposizioni unite, proprio in materia di finanzia e bilancio, hanno presentato un ricorso al TAR del Piemonte contro l’approvazione del bilancio, ritenuto non conforme alle disposizioni fornite dalla Corte dei Conti.

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