Le tappe di un referendum illegittimo L'epilogo catalano porta con sè anni di scontri tra Madrid e Barcellona

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Le immagini che sono arrivate in questi giorni da Barcellona, in un clima drammatico ed esasperato da mesi di aspro conflitto politico,

A sx il Presidente della Generalitat della Catalogna, Puigdmont; a dx l’ex presidente Mas

impongono una riflessione sul valore del principio di legalità in uno stato di diritto e sul ruolo delle forze dell’ordine in un contesto di grave crisi istituzionale. Bisogna anzitutto sgomberare il campo da equivoci, il principio di diritto vantato dalla Generalitat catalana non ha alcun fondamento giuridico, né nell’ordinamento spagnolo né tantomeno in quello internazionale. Nel diritto internazionale il principio di autodeterminazione dei popoli può portare a referendum sull’indipendenza vincolanti e riconosciuti dalla comunità internazionale soltanto in contesti di colonizzazione, di occupazione armata straniera e in caso di gravi e reiterate violazioni dei diritti umani. È evidente che la Catalogna, che gode di un’ampia autonomia dallo stato centrale, non rientri in nessuno di questi casi.

Il primo ministro Mariano Rajoy

Sul governo regionale della Catalogna pesa la responsabilità enorme di aver promosso un’iniziativa sovversiva dell’ordinamento costituzionale e di aver chiamato di fatto sindaci e funzionari alla disobbedienza civile, contrastando le direttive del governo centrale e le indicazione del Tribunal Constitucional. Tuttavia il governo centrale guidato dal popolare Mariano Rajoy non ha fatto altro che trincerarsi dietro al principio della legalità e dello stato di diritto, senza articolare una proposta politica per risolvere la questione nella sostanza. A onor del vero, il governo spagnolo non avrebbe potuto trovare una soluzione di compromesso, data la irriducibilità del’aut aut catalano referendum si o referendum lo stesso. A indebolire il governo Rajoy, che vanta un’esile maggioranza relativa in parlamento, sono stati il silenzio assordante e imbarazzato del partito socialista, che avrebbe potuto e dovuto sostenere il governo con forza e l’ambigua complicità di Podemos, che da anni strizza l’occhio ai movimenti indipendentisti. Soltanto Ciudadanos, partito nato proprio in Catalogna, ha saggiamente sostenuto il governo nel confronto con l’indipendentismo catalano. Il fragile quadro politico spagnolo ha permesso così alla Generalitat di inasprire lo scontro politico e celebrare il referendum. Madrid ha reagito con fermezza, articolando una risposta in termini di legalità e ordine pubblico. Solo questo può essere rimproverato al governo centrale; non aver tenuto conto di un sentimento diffuso in Catalogna, che non può essere ignorato come se non esistesse. Alle irricevibili pretese della Generalitat sarebbe stato opportuno offrire una soluzione politica alle aspirazioni di molti cittadini catalani. La reazione legalista di Madrid, che da un punto di vista formale è ineccepibile, non ha aiutato a risolvere la questione, benché non sia affatto semplice fornire una soluzione politica a una pretesa palesemente illegale da parte di un governo regionale che già gode di una vasta autonomia.

Si arriva così al dramma del primo ottobre. Il Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna, coerentemente con le disposizioni del Tribunal Constitucional e la linea legalista del governo (sarebbe difficile immaginare in uno stato democratico una linea diversa da quella legalista) ha ordinato di impedire l’apertura dei seggi. La Polizia Nazionale, la Guardia Civile e i Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana, hanno presidiato il territorio della regione per impedire lo svolgimento del referendum.  È interessante notare che la Catalogna, come altre comunità autonome spagnole, dispone di una polizia regionale, creata con legge regionale, che svolge importanti funzioni di ordine pubblico. La polizia regionale non sostituisce completamente  quella nazionale ma la affianca. Va inoltre segnalato che la polizia regionale è alle dipendenze del ministero dell’Interno della Generalitat catalana. Questa breve divagazione sulle forze dell’ordine vuole semplicemente sottolineare l’ampio grado di autonomia della Catalogna.

Tornando ai fatti, nel corso della giornata non sono mancati scontri violenti, con ripetuti tentavi della polizia di impedire con la forza agli elettori di recarsi ai seggi. Molti i feriti in questa giornata che ha segnato una sconfitta per tutti. Non sono inoltre mancati casi di disobbedienza agli ordini da parte dei Mossos, che si sono rifiutati di impedire lo svolgimento della votazione. Il comportamento della polizia regionale, che ha tentato di evitare la violenza sui cittadini, ha però rappresentato un elemento di ulteriore distacco tra le istituzioni catalane e quelle statali. La disobbedienza della polizia regionale costituisce un tassello ulteriore nel quadro dell’iniziativa del governo regionale. È stata l’azione irresponsabile della Generalitat, con il supporto di molti sindaci a rompere il quadro della legalità e a permettere l’instaurazione di un clima da guerra civile. Tuttavia la linea dura della polizia dello stato centrale, messa di fronte al dilemma se eseguire gli ordini a costo di usare la violenza, non farà altro che giovare all’indipendentismo. Senza dubbio era proprio questo uno degli obiettivi della Generalitat per attirare maggiori consensi e qualche favore da parte della comunità internazionale, fino ad oggi quasi unanimemente ostile alle ragioni indipendentiste. Ma poteva Madrid assistere inerte alla morte dello stato di diritto e allo sgretolamento dell’unità nazionale ad opera di una scellerata iniziativa illegale di un governo regionale improvvisato e irresponsabile? Certamente no, ma le immagini dei feriti ai seggi fanno davvero male. Sarà difficile tornare indietro da un episodio così traumatico. Senza dubbio il referendum del primo ottobre, con le sue grottesche irregolarità nelle procedure, molti si sono fatti fotografare prima di votare per ben cinque volte, non sicuramente un buon inizio.

Inoltre, c’è chi asserisce che in caso di inasprimento dei rapporti tra la Generalitat e lo stato centrale, il presidente Rajoy possa avvalersi dell’articolo 155 della costituzione spagnola, il quale cita:

«(I) Ove la Comunità Autonoma non ottemperi agli obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi, o si comporti in modo da attentare gravemente agli interessi generali della Spagna, il Governo, previa richiesta al Presidente della Comunità Autonoma e, ove questa sia disattesa con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà prendere le misure necessarie per obbligarla all’adempimento forzato di tali obblighi o per la protezione di detti interessi.

(II) Il Governo potrà dare istruzioni a tutte le Autorità delle Comunità Autonome per l’esecuzione delle misure previste nel comma precedente.»

Vi sono tuttavia incertezze su come esso possa applicarsi al contesto attuale, anche se è possibile immaginare di un progressivo ritiro dei poteri dei membri della Generalitat o addirittura alla sostituzione del governo stesso con un rappresentante nominato da Madrid con conseguente convocazione di nuove elezioni, giustificando altresì la rimozione del presidente catalano Carles Puigdemont.

Il sequestro delle schede elettorali

A sostenere, seppur ritenendolo un “affare spagnolo”, le posizioni del presidente Rajoy è la commissione europea, che ha dichiarato questo referendum illegittimo, dichiarando, implicitamente, che un’eventuale dichiarazione d’indipendenza della Catalogna non avrebbe alcun appoggio da parte della comunità internazionale.

Non esiste democrazia senza legge. Questo è stato il leitmotiv ripetuto allo strenuo dal presidente del governo spagnolo negli ultimi mesi ed è proprio questa frase che tutti avrebbero dovuto tenere a mente, anche chi, in buona fede, ha deciso di recarsi alle urne. Ad uscirne a pezzi è un grande paese che non merita una stagione così ingloriosa.

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