Un referendum non solo Catalano L'indipendenza catalana nel pieno di una crisi di sistema

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Succede che nelle periferie di una Europa sempre più priva di identità, anche i ministri catalani sembrino statisti. La questione catalana, meno bellicosa di quella basca ma pur sempre rovente, è rimasta in sordina ormai per qualche anno: nel non lontano Novembre 2014 infatti, il referendum consultivo aveva dato una risposta nel senso indipendentista. Il governo di Madrid aveva però ritenuto la consultazione popolare come una mera espressione della volontà degli abitanti della regione, valutata dalla Corte Costituzionale di Madrid non più che “simbolica”, cioè priva di effetti legali.

Ma le braci sotto la cenere sono pronte a riaccendersi se ben attizzate: prendi un sistema politico in crisi, aggiungi una forte identità locale – al pari di nostri compatrioti sardi -, colma il tutto con una dose di abbondante idealismo e avrai l’ennesima richiesta di indipendenza da parte di una delle principali regioni-stato della Spagna. Così a 3 anni di distanza, ecco riproposto un nuovo referendum, sempre inefficace dal punto di vista costituzionale, ma cruciale per i politici locali che giocano la carta dell’identità culturale del popolo catalano: lingua, letteratura, sport, tutte protagoniste di una sceneggiatura costruita nei secoli, non priva di faziosità.

In questi giorni la Spagna vive momenti di tensione degne dei giorni di Tejero, il tenente colonnello della Guardia Civil un po’ maldestro, passato alla storia per aver tentato di bloccare la transizione democratica del paese nel 1981: c’è già chi grida inverosimilmente al neo franchismo, chi invece, sostenitore di Rajoy, all’attentato alla Costituzione da parte dei catalani.

Quella spagnola è una nazione che vanta gloriosi trascorsi, quasi al pari dell’Impero Romano per noi italiani: come non ricordare Carlo V “sul cui impero non tramonta mai il sole”, e Sua Maestà Cattolica Filippo II? E si potrebbe continuare, perché la Storia europea è per buona parte spagnola negli ultimi quattro secoli. Queste vicende però presentano un punto comune, ovvero l’identità di un popolo -nonostante tutto- unito, che si è distinto per la fedeltà alla corona ed alla patria, vincolato da un’identica religione, che ha reso la Spagna grande: la Reconquista fu l’ultima grande “crociata”.

Ma, al di là di ogni valutazione storica, la Generalitat de Catalunya sembra però insistere sul piano politico: l’identità culturale di un popolo, quello spagnolo, sembra essere soppiantato da quello economico, politico e da una distorta interpretazione dell’autodeterminazione dei popoli. Quella stessa autodeterminazione, ben nota al Conte di Cavour nel Regno di Sardegna: se da un lato il primo ministro piemontese ambiva a estendere i territori del Regno di Sardegna, dall’altro, il Conte cavalcò il sentimento culturale popolare che portò all’Unità.

Tuttavia, dal punto di vista economico, la Catalunya è il fior all’occhiello della Spagna, al pari della Lombardia per l’Italia, il Rodano per la Francia e la Baden – Wurttemberg per la Germania. Non a caso, queste regioni nel corso degli anni dell’integrazione europea, hanno saputo trarre giovamento dalla collaborazione che la stessa Unione Europea ha offerto loro: un Memorandum per la cooperazione economica, che potrà sussistere solo se le condizioni economiche continueranno a essere vantaggiose. Il futuro per queste economie in assenza di Unione Europea forte, potrebbe essere incerto. Ne sono la riprova le posizioni del già commissario Barroso prima e Junker dopo, qualsiasi stato originato per secessione da un membro effettivo dell’UE dovrebbe attendere almeno 5 anni per l’ingresso nelle istituzioni europee. Un breve ciclo economico, in sostanza.

Terzo, dopo quello culturale ed economico, è l’aspetto politico. Singolare come alcuni dei sostenitori dell’indipendentismo catalano siano membri di famiglie fortemente europeiste, si veda l’ALDE ad esempio, o altri ancora molto vicini ad ambienti del socialismo europeo. La progressiva dispersione dell’identità popolare, in virtù di un consolidamento economico, anziché politico è concausa di questi fenomeni indipendentisti. Si è perso di vista l’obiettivo, l’europa dei popoli. 

A casa nostra non poteva che essere la Lega Nord a dare risposte alle spinte autonomiste, per voce diretta del segretario Salvini, che con gli occhi lucidi e con la Padania nel cuore, cancella dalla sua mente il nuovo obiettivo “d’unità nazionale” imposto al proprio partito, a rischio di  perdere il Senatur, sostenendo le posizioni di secessionismo catalano con una foto postata sui social. Intervento non casuale, ma in vista delle consultazioni popolari di ottrobre, al fine di invocare le ben più moderate “autonomie” locali di Veneto e Lombardia, di cui a breve ne scopriremo gli esiti.

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