L’obbligo e il diritto di sfruttare la terra, Reinhold Messner a Torino Reinhold Messner a Torino per l’appuntamento con “Wild” ha rilasciato un’intervista sulla cultura della montagna. Piemonte Magazine riflette sul rapporto tra economia e ecologia.

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Alta Val Maira con la caratteristica Rocca Provenzale (2451 m)

Piemonte, “che sta ai piedi dei monti”, questo il significato del nome della nostra regione, come ci insegna la nobile arte che è l’etimologia. L’origine va a perdersi nel tempo, ma a ragione del nome, è la regione stessa che ben descrive la sua posizione geografica: non solo risaie vercellesi, colline monferrine e langarole, pianure alessandrine, ma anche, e forse soprattutto, le Alpi, i monti per eccellenza nel contesto europeo. Queste, si ergono dal mare ligure, passando per il Re di Pietra, il Monviso (3841m),  fino a toccare uno tra i più bassi dei quattromila italiani, il Gran Paradiso (4061m), sulla cui vetta passa il confine con la Valle d’Aosta, e ancora la Nordend (4609m) e più a nord i 3000 del Verbano-Cusio-Ossola con il confine Italo-Svizzero. Il Piemonte, a buon diritto, si può paragonare ad altre regioni ben più montuose: come superficie, detiene il 10,4% del territorio montuoso dell’italia, al secondo posto dietro il Trentino Alto Adige.

Un giovane Reinhold Messner fa sicura. Il sudtirolese venne ad arrampicare sulle pareti delle Valli di Lanzo(To) nel 1992.

Della regione trentina è originario Reinhold Messner, il più grande alpinista vivente, che il 27 marzo ha presentato il film “Wild!” per l’appuntamento di “In Cordata”, una serie di incontri sull’avventura e sulla montagna. Confesso che, sin da subito, uno stato d’ansia, misto ad eccitazione, hanno accompagnato il sottoscritto, giovane amante, innamorato da sempre della montagna, nei pochi  minuti che precedevano l’intervista a questo gigante di roccia: la robusta porta che divideva gli ambienti era diventata poco più che una carta velina. Si consideri questo,  nel valutare quella che spero sia un’interessante riflessione di qui a poco pubblicata su “CaiUget Notizie”, rivista per appassionati del settore. In questa sede, invece, si riporta una riflessione che tocca direttamente l’economia montana della nostra amata terra: quale rapporto tra industrializzazione della montagna, creatrice di lavoro per aree sempre più povere, e l’ecologia, ovvero la preservazione dell’ambiente durante la pratica degli sport alpini.

La parola dunque a Reinhold Messner:

“ Il discorso è molto semplice: dove l’Uomo va e arriva dall’ultima glaciazione in poi, ha l’obbligo e il diritto di sfruttare o lavorare la terra. Bisogna lasciare le montagne selvagge, quelle dove l’Uomo una volta non andava, perché non era stupido come noi.

Il Re di Pietra sovrasta tutto il territorio piemontese (ph. Luca Galli)

Pochi l’hanno capito: c’è la parte culturale dove è nata la cultura delle montagne, e c’è la capacità di sopravvivere in montagna, fino ai 2200m, massimo 2400m a volte, oltre la gente, infatti, non andava. Dove c’era soltanto roccia, il ghiaione, ghiaccio, l’Uomo non andava. Molto semplice. E quella zona dev’essere lasciata senza infrastrutture, com’era, allora si che ha un valore. Mentre a una quota inferiore se il contadino non porta su le bestie, tutto degrada: purtroppo Mountain Wilderness non l’ha capito questo, e proprio per questo sarebbe meglio che stessero zitti per sempre! Non hanno capito che sono due parti, l’ecologia e l’economia della montagna, che fanno un tutt’uno che è unico. Se invece tu vuoi mettere un divieto d’accesso al contadino che va su alla malga con un piccolo trattore per portare il sale o per portare giù una bestia morta, il contadino non può fare nulla e allora abbandona. Tutte le vostre vallate, quelle di una certa altezza sono tutte vuote…

E’ vero…

E’ vero sì, è colpa di chiaccheroni! i verdi, Mountain Wilderness, etc. Io faccio il contadino e so come vanno le cose.“ 

Le parole di Messner non lasciano spazio a dubbi: la montagna va vissuta, e va lavorata la sua terra; l’amministrazione pubblica deve favorire l’accesso e, semmai, tutelare l’ambiente da una quota in su. Pena il degrado e la morte degli ecosistemi alpini.

Il consigliere regionale Bertola, M5S, membro Commissione Ambiente e Economia.

La redazione di PiemonteMagazine, colpita da una dichiarazione così lapidaria, ha interpellato il consigliere regionale Giorgio Bertola, M5S, membro della commissione Ambiente del Consiglio Regionale del Piemonte che afferma:

Sfruttare la terra non è un diritto. È, per alcuni, un’esigenza, il cui soddisfacimento deve essere compatibile con le caratteristiche del territorio, specie quando si parla di contesti più delicati, come quello montano. Occorre trovare un equilibrio tra il diritto alla sopravvivenza del contadino che porta gli animali in alpeggio e la tutela della biodiversità.
Lo stesso valga per per il turismo alpino, dove assistiamo a fenomeni di antropizzazione molto deleteri. La progettazione di strutture ricettive in montagna e dei relativi percorsi di accesso non deve inseguire la domanda dei potenziali fruitori, ma va commisurata alla quantità di presenze che gli ambienti naturali possono sopportare senza modificare le loro caratteristiche, diventando qualcosa di diverso.”

Se quindi da un lato abbiamo un illustre contadino, figlio di contadini, che ricorda quanto è importante il lavoro a contatto con la natura e, addirittura, il diritto di lavorare la terra, dall’altra l’esposizione del consigliere pentastellato, legge la situazione da un’altra prospettiva: se è pur vero che non esiste un diritto, è altrettanto vero che ne esiste “un’esigenza”. Chi conosce entrambi sa bene che il rischio di appoggiare un’affermazione piuttosto che l’altra spinge a posizioni settarie e limitanti: lo sfruttamento intensivo a scapito dell’ecologia non può essere giustificato, così come non lo è l’abbandono delle nostre valli, o la ricerca della perfezione ecologica priva di antropizzazione. Che futuro per i nostri borghi ai piedi delle vette? Messner parlava a Torino, ma aveva chiaro in mente quale turismo vincente è quello del Trentino-Alto Adige: strutture ricettive importanti, valorizzazione degli sport e della cultura della montagna, quella amata e proclamata spesso, senza la distruzione dell’ambiente con “l’antropizzazione molto deleteria”. Non si può dire lo stesso del Piemonte: quale futuro per lo spopolamento delle valli? OpenPolis ci descrive la situazione degli investimenti su paesaggio e tutela ambientale. Questi dati contemplano vari indicatori, dallo smaltimento rifiuti all’edilizia pubblica, dalla protezione civile alla manutenzione dei parchi pubblici e alle aree verdi, calcolando il loro impatto sui bilanci pubblici. Per fare un esempio i comuni piemontesi in media spendono 268€ pro capite, con dati aggiornati al 2014.

La parete est del Monte Rosa, fronte piemontese del massiccio

Abbiamo alcuni comuni virtuosi come Carcoforo(VC), ai piedi del Monte Rosa, Bellino(CN), Massello(TO), con la gloriosa storia valdese da valorizzare, che si situano ai primi posti a livello nazionale per investimento. A buon diritto, questi possono essere considerati paesi di montagna, dove per lo meno l’attività economica principale è legata a pieno titolo alla terra delle alte quote. Scarso però il turismo, forse il più economicamente vincente e meno impattante, se sviluppato con determinati criteri: immaginatevi cosa potrebbe essere oggi il Trentino o la Valle d’Aosta senza le infrastrutture nate per la pratica degli sport, parleremmo ancora della ricchezza portata dal turismo? Delle valli come luoghi vivibili e non più ambienti dove morte, uomini con gozzo e miseria coabitavano con il contadino della zona? Direi proprio di no, e non ci si può che rivolgere alla politica, possibilmente in maniera trasversale, senza preconcetti ideologici.

Risanare lo strappo che l’Uomo dilata, ogni qual volta si parli di economia montana, facendo intervenire i “chiacchieroni”, che pretendono di vivere la montagna e viverla bene, non è facile. Forse sarebbe almeno il caso di evitare pretese come l’accesso 365 giorni l’anno, acqua calda e strade sempre pulite.

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