Corano e Carbonara Per dirla alla Di Pietro, “che ci azzeccano carbonara e cristianesimo”? Fino ad oggi proprio nulla.

0
182

Per dirla alla Di Pietro, “che ci azzeccano carbonara e cristianesimo”? Fino ad oggi proprio nulla.

Elisabetta II indossa la Corona Imperiale con la croce globulare, simbolo del dominio di Dio sul Mondo.

Il Regno Unito suggerisce una nuova ricetta per l’integrazione: prendi una bambina cresciuta in una famiglia cristiana, mettila per “il suo bene” in una famiglia musulmana, dove è risaputo che non si mangi maiale, bandisci dalla tavola il suo piatto preferito, la carbonara, toglile la piccola croce che ha al collo e avrai l’integrazione in salsa coranica.

Non siamo in una remota zona delle Highlands, ma al centro di Londra, nella municipalità di Tower Hamlets.

Con buona pace degli integrazionalisti, la bambina ha pianto così tanto che il rumore delle sue lacrime ha destato il mondo, o perlomeno quello occidentale.
Tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire e che tutti sanno del resto – intercalerebbe Craxi – è che il nostro Paese è rinomato per la buona cucina, ma non per questo è possibile giustificare la facile dicotomia coniata da alcuni colleghi: carbonara-croce.

La famiglia affidataria ha scelto di non rispettare la cultura della piccola, tanto da ritenere un monile oltraggiosa minaccia alla propria storia e una pietanza un attacco alla propria fede.
È davvero possibile equiparare il sacrificio di un Uomo, riconosciuto universalmente da più di duemila anni come valore fondante della cultura occidentale ad un piatto di pasta?
Non crediamo che lo sia, ma anche il giornalismo vuole la sua parte ed oggi purtroppo una carbonara permea di più l’opinione pubblica di quanto non lo faccia Cristo.

Entriamo però nel merito della questione: come vengono scelti i mediatori culturali? chi può dare il beneplacito per l’affido di una bambina?

A chi può essere consentito, e le cronache di Rimini ne sono la riprova, affermare ”Lo stupro è un atto peggio, ma solo all’inizio”?
Ci chiediamo pertanto: in che modo quindi vengono formati i mediatori culturali?

Si può segnalare a seguito di quest’ultime vicende, che in Italia, così come Oltremanica, esiste un problema di intermediazione.
E ancora, si può affermare che la cultura islamica tende asintoticamente a quella occidentale, ma senza mai intercettarla.
Nessuno può affermare il contrario perchè presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro: si vedano i fatti del parroco di Pistoia, che in un eccesso di antipatriottismo, forse annebbiato dal cloro della piscina, afferma che dei giovani ragazzi giunti dall’Africa in Italia sono la sua Patria, dimenticandosi “che il suo Regno non è di questo mondo”.

A tirare le fila di tutte queste vicende, continuano ad essere le lacrime, quasi inascoltate, della piccola londinese: il suo viso, segnato, è l’immagine della società, che in virtù del pluralismo, si dimentica delle proprie radici e della propria cultura in nome di un multiculturalismo a senso unico. Quello che avvertiamo in questi giorni, sono le fondamenta della nostra società: che scricchiolano.

L’integrazione deve essere “innanzitutto un movimento culturale” che veda da entrambe le parti un avvicinamento, ma che tuttavia non confonda chi è accolto e chi è ospite.

“Nelle scienze sociali, il termine integrazione indica l’insieme di processi sociali e culturali che rendono l’individuo membro di una società”.

L’Assedio di Vienna del 1683; la Lega Santa arresta l’avanzata dei Turchi in Europa.

Ciò sottende però il rispetto dei valori e dei principi della società che sacrifica parte del proprio benessere per accogliere chi è meno fortunato, a cui invece spetta l’arduo compito di lasciarsi permeare dalla Ragione, rigettando il desiderio di conquista e sottomissione del prossimo più volte incarnato da un certo Islam.

Due mondi, separati, ma che devono convivere.
Mentre c’è chi rifiuta una carbonara alla propria figlia, chi ora sta battendo i tasti, offrendo la propria visione, è seduto in un locale thailandese degustando pietanze giapponesi nel centro di Torino.